Il Tribunale premette che l’accordo dei coniugi è un elemento fondante delle condizioni di separazione, avente natura negoziale, e che il decreto di omologa ha lo scopo di controllarne la compatibilità rispetto alle norme cogenti e ai principi di ordine pubblico (cfr. Cass. 9287/97, 2602/13). Nel caso di specie, tuttavia, l’accordo delle parti non può essere omologato a causa delle condizioni relative alla gestione della casa familiare dal momento che stabilisce che i coniugi continuino a convivere a tempo indeterminato nella casa familiare sino a quando le condizioni economiche non consentiranno una diversa soluzione. Nonostante le ragioni sostenute dall’avvocato dei ricorrenti in ordine al fatto di giustificare tale situazione per preservare le risorse economiche familiari, agevolare gli studi del figlio e garantire alla moglie eventuale assistenza a causa di non precisati problemi di salute, queste non sono state accolte dal tribunale.

L’ordinamento infatti non può riconoscere, con le relative conseguenze di legge, soluzioni “ibride” che contemplino il venir meno tra i coniugi di gran parte dei doveri derivanti dal matrimonio, pur nella persistenza della coabitazione, la quale, ex art. 143 c.c., costituisce anch’essa uno di questi doveri e rappresenta la “cornice” in cui si inseriscono i vari aspetti della vita coniugale. Nonostante in costanza di matrimonio tale dovere possa essere derogato per accordo tra i coniugi nel superiore interesse della famiglia, sì da non escludere la comunione di vita interpersonale, ciò non autorizza ad affermare la validità di un accordo volto a preservare e legittimare la mera coabitazione una volta che sia cessata la comunione materiale e spirituale tra le parti. L’istituto della separazione, infatti, trova giustificazione in una situazione di intollerabilità della convivenza, e nel caso di specie non può oggettivamente apprezzarsi tale condizione laddove gli stessi coniugi progettino di prorogarla a tempo indeterminato per le più disparate ragioni di convenienza.

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